CURIOSITÀ


IL MISTERO DELLA RAGAZZA "ORNATA DI PERLE"
Davide Oldrati © 2019


Probabilmente tutti conosciamo le mille lire "ornata di perle": insieme alle 500 lire "ornata di spighe", è la prima emissione di banconote dell'Italia repubblicana.





La sua storia è nota: nel 1944 l'incisore Giovanni Pietrucci venne incaricato di preparare le piastre per la stampa dei biglietti da 500 e 1.000 lire del tipo "Luogotenenza":





Cito dal bell'articolo di Gianni Graziosi "Mille lire al mese" (Panorama Numismatico n. 259 / Febbraio 2011):

"La stampa, autorizzata nel dicembre 1944 ed affidata a stamperie esterne, venne ultimata nel 1946 ma, per motivi di sicurezza, i biglietti da 1.000 lire e da 500 lire non furono immessi in circolazione (D.M. 1 giugno 1948). Questa decisione venne presa in seguito all'arresto, nel 1946, di due dipendenti dello stabilimento Staderini di Roma accusati di aver falsificato la moneta di occupazione americana, le amlire, e di essersi impossessati di alcune pellicole atte all'esecuzione dei clichés di stampa dei due tagli maggiori. Questo comportò l'immediata revoca alla ditta Staderini e alle Arti Grafiche di Bergamo dell'autorizzazione alla fabbricazione dei biglietti da 1.000 e 500 lire tipo 1944. Dopo questo scandalo, fattasi pressante la necessità di rifornire il paese di banconote di taglio medio, la Banca d'Italia decise di affidare all'Istituto Poligrafico dello Stato l'incarico di preparare nuovi tipi; i disegni della banconota da 1.000 lire tipo 1946 furono eseguiti da G. Garrasi."

Emessa dal 1947 al 1961 e dichiarata fuori corso dal 30 giugno 1969, è una tipologia piuttosto comune, sia nella varietà con contrassegno "testina" (serie da A1 a Z50) che "medusa" (da A51 a fine emissione, H453). Eppure, il suo soggetto principale è tutt'altro che comune, sia per il fatto che la ragazza "ornata di perle" è tratta da una delle opere più affascinanti e misteriose del Rinascimento italiano, la "Primavera" di Botticelli, sia perché il suo significato nell'opera è tutt'altro che univoco e assodato.

Dicevo che la "Primavera" è una delle opere più misteriose in quanto per essa non esiste, a tutt'oggi, una interpretazione condivisa. Il suo stesso titolo è tratto dalle "Vite" di Giorgio Vasari, che afferma di averla contemplata nella villa medicea di Castello nel 1550 (quasi un secolo dopo la sua creazione), assieme alla "Nascita di Venere": il Vasari la descrisse come "Venere, che le Grazie la fioriscono, dinotando la primavera" e da allora il dipinto è noto come "Primavera".





L'ambizione del post, attraverso la "Primavera", è quella di riuscire a trasmettere almeno un po' del colore e della magnificenza della corte medicea quattrocentesca.


LA NASCITA DELLA PRIMAVERA

Non si è giunti a chiarezza neppure circa l'anno di creazione della Primavera, che spazia entro l'arco del quinquennio tra il 1477 e il 1482. L'interpretazione classica dei personaggi del dipinto è stata formulata da Adolph Gaspary e Aby Warburg alla fine dell'Ottocento traendola dal Libro V de "I Fasti" di Ovidio e dal cantico incompiuto "Le stanze per la giostra" di Angelo Poliziano.


Da destra verso sinistra, troveremmo Zefiro, divinità del vento, nell'atto di rapire la Ninfa Clori. Segue Flora, divinità del mondo floreale, che è la stessa Clori trasformata dall'unione in matrimonio con Zefiro (fino a qui Ovidio). Al centro, Venere (dal Vasari), sopra la quale vola Cupido, chiaramente riconoscibile. Il gruppo delle tre ragazze danzanti rappresenta unanimemente le Tre Grazie mentre il giovane che chiude la composizione sarebbe Mercurio in quanto in possesso del caduceo e dei calzari alati.


Giuliano de' Medici


L'opera potrebbe essere stata commissionata originariamente da Giuliano de' Medici, fratello di Lorenzo il Magnifico. In questo caso, daterebbe al 1477-78 e la figura di Mercurio (a sinistra) ritrarrebbe Giuliano mentre la seconda delle Tre Grazie, quella di spalle che guarda rapita verso lo stesso Mercurio mentre Cupido, in alto, sta per scoccarle un dardo amoroso, sarebbe l'amante di Giuliano, Simonetta Vespucci.

Seguendo questa pista incontriamo subito l'Amore, nello specifico l'amor cortese tra il cavaliere Giuliano e la dama Simonetta, ligure da qualche anno trasferitasi a Firenze e subito apprezzata per la sua bellezza.




Il cantico del Poliziano fu composto per celebrare il trionfo di Giuliano de' Medici nel torneo cavalleresco di piazza Santa Croce del 29 gennaio 1475, che lo vide sfolgorante, al suo ingresso in lizza, in groppa ad un cavallo maestosamente bardato e preceduto da uno stendardo allegorico rappresentante la vittoria della Castità, raffigurata col volto di Simonetta Vespucci, sull'Eros, rappresentato da un Cupido disarmato e incatenato. La piazza fiorentina si arrese infine all'abilità di Giuliano e al fascino della Vespucci, acclamata "regina del torneo". Il trofeo in palio era proprio un dipinto di Simonetta ad opera dello stesso Botticelli, ma l'aitante Giuliano vinse ben più di un dipinto se, come è noto, riuscì ad intrecciare con lei una relazione amorosa.


Giostra in Piazza Santa Croce, circa 1440, Yale University Art Gallery



Musa ispiratrice del Botticelli, Simonetta è ritratta nel famoso dipinto "Nascita di Venere". Venere sfortunata, perché morta prematuramente poco più di un anno dopo all'età di 22 anni.


Tuttavia, se la "Primavera" fosse stata davvero ispirata dal cantico del Poliziano, il ritratto di Simonetta non sarebbe nella terza delle Grazie ma in Flora, che avanza in una veste floreale e che, a differenza degli altri personaggi ritratti un po' alla maniera, ha un volto realistico e uno sguardo languido dritto sull'osservatore:




Stanza 47.
"Ell'era assisa sovra la verdura,
allegra, e ghirlandetta avea contesta
di quanti fior creassi mai natura,
de' quai tutta dipinta era sua vesta.
E come prima al gioven puose cura,
alquanto paurosa alzò la testa;
poi colla bianca man ripreso il lembo,
levossi in piè con di fior pieno un grembo."



Flora


Giuliano de' Medici moriva anch'egli, il 26 aprile 1478, nell'attentato ordito contro suo fratello Lorenzo il Magnifico da una famiglia rivale dei Medici, i Pazzi, durante una funzione religiosa nella chiesa di Santa Maria del Fiore. L'attentato, noto come la "Congiura dei Pazzi", mancò però l'obiettivo di eliminare entrambi i fratelli perché il Magnifico rimase soltanto ferito e, lungi dal rovesciare il potere mediceo sulla Repubblica fiorentina, la congiura ottenne l'effetto opposto di provocare una forte reazione di sdegno popolare che ne rafforzò ulteriormente il consenso.

Rimasto incompiuto in seguito alla morte di Giuliano, il dipinto sarebbe stato in seguito "riciclato" opportunamente dal cugino Lorenzo di Pierfrancesco per celebrare il suo matrimonio con Semiramide Appiani del 1482. Per l'occasione, il Botticelli avrebbe inserito i ritratti di Lorenzo e della novella sposa. Quindi Mercurio sarebbe Lorenzo mentre la Grazia di spalle sarebbe Semiramide.


LA DANZA DELLE GRAZIE

È proprio da questo controverso gruppo delle Tre Grazie, divinità pagane tradizionalmente legate al culto della Natura e della vegetazione, che è stato tratto il volto che troviamo sulla nostra banconota, riflesso orizzontalmente e ruotato di 16 gradi:











Il volto appartiene alla terza figura da sinistra, che secondo la mitologia greca classica sarebbe Talia, la Prosperità. Le altre due Grazie sarebbero, partendo sempre da sinistra, Aglaia (lo Splendore) ed Eufrosine (la Gioia). Per inciso, dal medesimo gruppo delle Grazie è stato tratto pure il soggetto di un'altra famosa emissione italiana: le 100.000 lire tipo Botticelli. Si tratta di Aglaia, lo Splendore:





Le Tre Grazie sono ritratte nell'atto di danzare: se osserviamo attentamente il particolare delle mani di Talia e Aglaia notiamo uno strano intreccio di dita, molto innaturale:





Sembrerebbe che il Botticelli abbia nascosto qui un messaggio misterioso. Un indizio che stimola a fare delle ipotesi, con l'unica certezza di addentrarsi sempre di più nello spirito del dipinto, e quindi anche nello spirito della corte rinascimentale fiorentina.

Lo sfarzo della vita di corte quattrocentesca era sfoggiato con orgoglio: le feste erano non solo dei momenti di svago e socialità ma anche un'occasione per mostrare la propria eleganza e raffinatezza, le proprie virtù e la propria signorilità. Ciò che era bello era anche buono, e viceversa, secondo il precetto greco della kalokagathía (καλοκαγαθία) ovvero l'ideale di perfezione fisica e morale dell'uomo. Il portamento, la delicatezza dei lineamenti, la piacevolezza nel parlare erano tutti segni di nobiltà d'animo. In tutto questo, il saper danzare era indispensabile per guadagnare ulteriore prestigio.

Musica e danza erano quindi discipline non solo apprezzate, ma anche oggetto di studio e pratica da parte dei giovani rampolli rinascimentali. Se la musica già rientrava nel programma medievale di studio delle sette arti liberali, la danza fiorì nel Rinascimento grazie ai "maestri di ballar", professionisti itineranti che portavano di corte in corte le loro coreografie.





Il più influente dei "maestri di ballar" era Guglielmo Ebreo da Pesaro, il quale dedicò un trattato a Lorenzo il Magnifico nel 1477 in cui redasse la coreografia della Bassadanza Venus. Come dice il titolo, la danza era dedicata alla dea Venere, che costituisce proprio la figura centrale della "Primavera", ed era studiata per tre danzatori/trici, proprio come il terzetto delle Grazie.


Ma c'è dell'altro, a proposito dell'anomalo intreccio delle dita delle Grazie. Cito da "Armonia e unità nella danza del '400: Venus e Giove" di Chiara Gelmetti:

"Questi [i danzatori, N.d.R.] partono insieme per linea orizzontale e mentre quelli esterni avanzano, retrocede il centrale, si formerà così la prima figura di un triangolo equilatero. Dal triangolo si passerà al cerchio e da questo nuovamente al triangolo. Queste due figure geometriche sostengono l'intera coreografia. all'inizio della danza i danzatori formano un triangolo posizionandosi... con il fronte e sguardo interni alla figura geometrica, in seguito, dopo aver intrecciato una catena a tre, la cui figura ricorda quella delle Grazie del Botticelli, ed essersi riuniti a formare un cerchio dandosi le mani, riformeranno ancora un altro triangolo in cui però la posizione dei loro corpi, come appunto anche degli sguardi, sarà rivolta all'esterno."

Quindi ad un certo punto i danzatori si girano dall'interno all'esterno. L'intreccio delle mani delle Grazie sembra indicare che le danzatrici stiano per girare su sé stesse. Ancora:

"Dapprima dunque il riconoscimento (la riverenza tra loro), è interno e ciascuno nel contemporaneo riverirsi si presenta, distingue e riconosce l'altro, poi la catena e la figura circolare li riunisce [...] e ancora di nuovo la figura triangolare che allontana e proietta all'esterno il corpo del danzatore che a questo punto farà una riverenza verso gli spettatori, aprendosi al mondo."





Senz'altro Botticelli avrà avuto l'opportunità di assistere alla Bassadanza durante qualche festa: che abbia tratto il gruppo delle Grazie da un momento reale di vita mondana?

Che sia o meno la bassadanza Venus quella che le Tre Grazie stanno ballando, sembra che la danza fosse una faccenda piuttosto seria. Si capisce che era intesa come metafora di qualcosa di spirituale. Cosa? Qual'è il significato del triangolo e del cerchio? Cosa significa "riconoscersi reciproco" e "aprirsi al mondo"?


L'AMORE PLATONICO




Nel 1462 Cosimo de' Medici incaricò il filosofo Marsilio Ficino di fondare a Firenze una Accademia Neoplatonica, sull'onda dello sviluppo degli studi classici che fiorirono in Italia in seguito all'arrivo a Ferrara e a Firenze, tra il 1438 e il 1442, di numerosi eruditi, teologi e filosofi dall'Impero d'Oriente per partecipare al Concilio per la riunificazione delle chiese Cattolica e Ortodossa. In particolare, studiosi greci quali Georgios Gemisthos Pletho pubblicarono diverse opere di Platone che influenzarono in maniera decisiva la riscoperta della classicità in un Italia che usciva dal medioevo a trazione esclusivamente aristotelico-scolastica. Il neoplatonismo rinascimentale era una rilettura in chiave cristiana delle dottrine filosofiche classiche come il platonismo, l'orfismo, l'ermetismo e il pitagorismo.


La dottrina pitagorica individuava il principio ordinatore del cosmo nel numero: secondo i pitagorici, le molteplici parti del Cosmo sono proporzionate armonicamente tra loro attraverso rapporti tra numeri interi (ad es. 9/8, 10/9, 16/15 ecc...). Quindi, secondo i pitagorici, il numero è non solo l'unità di misura originaria del cosmo ma anche la sua sostanza. Infatti, essendo sempre divisibile perfettamente in ogni sua parte, il cosmo, apparentemente eterogeneo, si rivela strutturato in maniera semplice e perfetta. I pitagorici identificavano il numero con la figura geometrica e concepivano i numeri nello spazio: l'1, il 2, il 3 e il 4 erano i numeri primordiali, dai quali l'unità dell'Essere si articola nella molteplicità del mondo materiale. Infatti l'1 è l'unità indistinta dell'Essere chiuso in sé stesso mentre il 2 permette di tracciare una linea, il 3 di individuare un piano e il 4 consente la profondità del volume, sicché tutte le determinazioni dell'essere sono rese possibili da questi quattro numeri. Da essi i pitagorici derivavano il 10 (1+2+3+4), quantità che racchiude in sé perfette proporzioni (ad. esempio, il 10 contiene la stessa quantità di numeri pari e dispari, di numeri primi e composti, di multipli e sottomultipli...) e lo rappresentavano nella forma di un triangolo equilatero. Questo triangolo o Tetraktis non era soltanto un simbolo o un logo, come diremmo oggi, ma una vera e propria divinità sulla quale gli adepti della setta prestavano giuramento!


La divina Tetraktis




E allo stesso modo, la musica non era soltanto un'armonia di note ma rispecchiava, attraverso i rapporti semplici tra le note della scala naturale, l'armonia delle sfere celesti, che secondo la dottrina neoplatonica delle sfere concentriche, ripresa in seguito anche da Keplero, Copernico e Galileo, ruoterebbero le une dentro le altre generando esse stesse dei suoni armonici. Rispecchiando l'armonia cosmica, si riteneva che la musica avesse non solo una funzione ricreativa ma anche, e soprattutto, speculativa e catartica.


DO|RE|MI|FA|SOL|LA|SI|DO
|9/8|10/9|16/15|9/8|10/9|9/8|16/15|
264Hz|297Hz|330Hz|352Hz|396Hz|440Hz|495Hz|528Hz

Note musicali della scala naturale, rapporti frazionali semplici e relative frequenze espresse in Hertz





La bassadanza Venus è scritta in 6 tempi (tempi di 6/4 o 3/2) e la coreografia si basa su 4 passi. La trama di 6 tempi riflette la somma dei primi 3 numeri sacri pitagorici (1+2+3) mentre la coreografia a 4 passi introduce il quarto numero sacro in modo da ottenere (6+4=10) la sacra Tetraktis, che è un triangolo equilatero.

Il cerchio richiamava invece la perfezione degli orbi celesti e del loro movimento circolare, metafora divina. Come spiega Nicola Cusano nella sua opera "Le congetture", la Verità sta alla conoscenza umana come il cerchio sta ai poligoni in esso inscritti: quanto più si moltiplicano i lati dei poligoni, tanto più essi si approssimano al cerchio senza tuttavia mai coincidere con esso.


Quindi i danzatori mettono in scena una coreografia cosmico-etica di cui l'uomo è il centro, i corpi dei danzatori rappresentano una cosmogonia. Abbandonata la rigida morale medievale che disprezzava il mondo materiale, il Quattrocento riscopre la bellezza nel mondo e il paganesimo, tipico dei culti della Natura e degli elementi, si innesta nel Cattolicesimo. In questo processo, l'uomo si trova a giocare un ruolo centrale, grazie alla sua... anima.


Platone sosteneva che ogni cosa materiale fosse solo la copia imperfetta di un archetipo esistente nell'Iperuranio, una regione trascendentale da cui l'anima umana proviene, ove ha potuto osservare le idee e di conseguenza intendere le determinazioni del mondo terreno. Per semplificare con un esempio potremmo dire che nel mondo materiale esistono milioni di cavalli, tutti diversi gli uni dagli altri eppure tutti allo stesso tempo "cavalli" perché partecipano all'idea di Cavallo, alla "cavallinità", semplificando un po'.
Lo so: pensare che l'Idea di cavallo esista prima e indipendentemente dal cavallo reale anziché il contrario sembra assurdo. Ma se partiamo dal presupposto che il cosmo è conosciuto attraverso l'uomo e che senza l'uomo nulla sarebbe pensabile, quindi nemmeno "essere" in quanto l'Essere è un concetto, capiamo che ci troviamo un po' nella condizione del gatto che si morde la coda: è nato prima il Cosmo o il concetto di "Cosmo" (cioè l'Uomo)? Platone adottava la teoria pitagorica della trasmigrazione dell'anima da un corpo all'altro e sosteneva che l'uomo può intendere la realtà proprio grazie al fatto che l'anima, prima di reincarnarsi, ha "visto" le forme pure nell'Iperuranio, dove esse esistono immutabili. È proprio grazie al fatto che l'anima ha "visto" le idee di Cavallo, Bianco, Maschio, Velocità, che l'uomo può affermare che "un cavallo" è "bianco/maschio/veloce" ecc...


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Marsilio Ficino chiamava l'anima "copula del mondo" proprio perché attraverso di essa si compie la magia del verbo "Essere": al tempo stesso la creazione e la descrizione. Possiamo dire "Essere" significando l'esistenza di qualcosa oppure possiamo dire "essere" significando che qualcosa è qualcos'altro ("essere" come copula: "il cavallo è bianco") ma non potremmo dire nulla se non avessimo l'anima. Per i neoplatonici l'Anima era dunque la congiunzione tra divino e materiale ("copula" intesa come "copula del verbo 'essere'"), l'articolazione delle idee nel mondo. Copula intesa anche come amplesso di Dio col mondo, l'anima è lo strumento dell'Amore di Dio, da cui il cosmo discende attraverso la Creazione e a cui tende attraverso la conoscenza.

Questo è l'"Amore platonico":

"Qui cosa maravigliosa avviene, quando duoi insieme si amano: costui in colui, e colui in costui vive. Costoro fanno a cambio insieme, e ciascuno d s ad altri, per altri ricevere. [...] Certamente mentre che io amo te amante me, io in te cogitante di me ritruovo me: e me, da me medesimo sprezzato, in te conservante riacquisto."
(Marsilio Ficino, "Sopra lo Amore")


Un magico scambio in cui gli amanti ottengono sé stessi nell'atto del reciproco donarsi. Allo stesso modo, l'Amore di Dio per l'Uomo, quando ricambiato, permette all'Uomo di riconoscersi e di conoscere il mondo: dare e avere in un unico movimento spirituale creativo e descrittivo (definitorio) simboleggiato dal duplice movimento dei danzatori che si riconoscono e si aprono al mondo.


INTERPRETAZIONI ED EQUIVOCI

Lo studioso Edgar Wind ("Misteri pagani nel Rinascimento", 1958) attribuisce la complessa simbologia della Primavera all'influenza culturale dell'accademia fiorentina fondata da Marsilio Ficino; del resto tutti i personaggi della nostra storia, Botticelli, Poliziano, Guglielmo Ebreo da Pesaro e Lorenzo il Magnifico, furono discepoli del Ficino.

Secondo l'interpretazione neoplatonica del dipinto, le Tre Grazie sarebbero le tre Forme dell'Amore (da sinistra a destra): Voluptas (la Voluttà), Castitas (la Castità) e Pulchritudo (la Bellezza). Sicché, la nostra ragazza ornata di perle sarebbe la personificazione della Bellezza, una delle tre forme dell'Amore secondo l'ideale neoplatonico rinascimentale, insieme alla Voluttà, ovvero il piacere, e la Castità, caratteristica di chiara origine cattolica.





Un ottimo esempio del sincretismo religioso operato dal neoplatonismo tra divinità classiche e cristiane è il parallelismo tra il gesto di Venere e quello della Vergine nel dipinto "L'Annunciazione" di Leonardo da Vinci del 1472 circa:





Lungi dall'essere "la Verità" sul dipinto del Botticelli, quanto detto fin qui è solo un percorso di suggestioni ma ci sono molte altre correnti interpretative. Per dovere di completezza, ne menzionerò qualcuna tra le più diffuse.

Ernst H. Gombrich, nel suo "Botticelli's Mythologies: A Study in the Neoplatonic Symbolism of His Circle" (1945), fa riferimento a una lettera del filosofo Marsilio Ficino indirizzata all'adolescente Lorenzo di Pierfrancesco, databile quindi all'inverno tra il 1477 e il 1478, in cui il filosofo esorta il giovane a perseguire il Sole (allegoria della Divinità), Giove (allegoria della Legge umana e divina), Mercurio (allegoria della Ragione) e Venere, "ovvero Humanitas". Insomma, il dipinto sarebbe una sorta di elaborato talismano protettivo in cui "quelle tre gratie che appresso di noi i Poeti come tre fanciulle dipingono, le quali tra loro insieme si abbracciano, sono appresso gli celesti tre pianeti, Mercurio Giovio, ciò è Mercurio che da Giove gratia e benefitio riceve, Febo [il dio del Sole, N.d.R.], e Venere". E, visti i tempi difficili (l'omicidio di Giuliano nella congiura dei Pazzi), un talismano non poteva che... Giovare!


Illustrazioni da "Sphaerae coelestis et planetarum descriptio", trattato di astrologia miniato di Cristoforo de Predis, 1470 circa.


Un'altra ipotesi vorrebbe che il dipinto fosse un calendario agreste da febbraio a settembre: Zefiro a destra sarebbe febbraio mentre Mercurio a sinistra, intento a scacciare le nubi, sarebbe settembre. La ragazza ornata di perle sarebbe quindi giugno.

Secondo Horst Bredekamp il dipinto sarebbe invece l'allegoria dell'età dell'oro fiorentina: Flora alluderebbe a Florentia, ovvero Firenze sotto il comando di Lorenzo di Pierfrancesco, Mercurio sarebbe Milano, Cupido (o Amor) Roma, Venere sarebbe Venezia, la ninfa Clori Mantova, Zefiro Bolzano e le Tre Grazie Pisa, Napoli e Genova. La nostra ragazza ornata sarebbe dunque Genova?

Secondo Giacomo Montanari ("Il Giardino delle Esperidi. La Primavera di Botticelli riletta secondo Ovidio"), infine, il dipinto non raffigurerebbe neppure Venere ma Giunone, incinta di Marte. L'indicazione del Vasari sarebbe stata accettata acriticamente dagli studiosi per via della sua autorevolezza. Questa teoria mantiene l'interpretazione canonica del gruppo delle Grazie.


Forse l'interpretazione più ragionevole e condivisa potrebbe proprio essere l'insieme di tutte queste e, chissà, di qualche altra ancora non formulata. Forse è proprio questo il segreto del successo dell'opera: la sua capacità di creare sempre nuovi significati perché riesce sempre, a dispetto del tempo che passa, a parlare all'uomo, all'"Humanitas".


Fatto sta che la grande confusione sembra aver contagiato anche i numismatici!
Sul catalogo di Crapanzano, Giulianini e Vendemia infatti leggo: "Filigrana: testa dell'Italia con i capelli intrecciati con spighe e frutti".
Testa dell'Italia? Dal D.M. 15 marzo 1947 ("Distintivi e segni caratteristici dei biglietti della Banca d'Italia da L.1000 e da L.500"), relativamente al biglietto da lire 1000, si legge:









Inoltre, tornando all'inizio del post: nel citato articolo "Mille lire al mese", Graziosi parla dell'incisore Garrasi chiamandolo "G. Garrasi". Eppure sulla banconota, in basso a destra al fronte, è chiaramente scritto "R. GARRASI DIS." Probabilmente un refuso, riportato fedelmente anche da Gaetano Russo e Giovanni Ardimento nel loro libro "Mille lire al mese. Tre secoli di storia raccontati da una banconota." (Lampi di Stampa, 2018), dove, a pagina 107 e 108, affermano: "I disegni della banconota da lire mille tipo 1947 [...] furono eseguiti da G. Garrasi su soggetto tratto dalle Tre Grazie della Primavera di Botticelli."


Russo e Ardimento, nel loro libro successivo di 7 anni all'articolo del Graziosi, riportano l'informazione senza controllarla: se l'avessero fatto, si sarebbero facilmente accorti che in realtà si tratta di Renato Garrasi, artista noto principalmente per aver disegnato molte emissioni di francobolli della Repubblica (ad es., la prima serie repubblicana, cosiddetta "Democratica", porta anche la sua firma) ma attivo anche all'estero, ad es. in Argentina, dove ha firmato diversi bozzetti di francobolli, monete e banconote (il ritratto sulla moneta da 5 pesos del 2002 e sulla banconota da 100 pesos 2012 commemorative della morte di Eva Perón è suo):




Tornando all'argomento del nostro discorso, possiamo infine dedurre che, nel disegnare il ritratto della Grazia, Renato Garrasi avesse in mente l'interpretazione greca classica che la identifica con Talia, ovvero la Prosperità, a far coppia con la sorella Abbondanza che le sta di fronte in controluce, faccia a faccia.